Laura Di Corcia

Da soli siamo due bambini a cui riempire la bocca di latte. Hansel e Gretel che spiano dal bosco le streghe dei sentieri. È nella pianura che inizia la violenza, per questo dobbiamo correre veloci come il vento, nasconderci nella pancia della montagna.

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La voce non è rotta quando srotola il catalogo delle cose da fare: dobbiamo sostare in silenzio contro gli alberi, accarezzare con le schiene le torte caviglie delle piante. Dobbiamo soprattutto pazientare, attendere che dal ventre della Terra fiorisca l’albume.

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La tenerezza del guscio d’uovo: pulirlo, annusarlo, distendersi accanto. Proteggerlo dalle fate, dai gufi che urlano sopra le prede.

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E uscire, uscire sempre a vedere di che colore sono le schiene dei ragni, quando rotolano e rotolando perdono le misure.

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I ragni esistono solo nella mia testa. Nella mia testa matta si inseguono come orchi e il maschio tallona la femmina. Nella mia testa volano nei parchi, si inseguono e fluttuano. Tutto fluttua in questa palla di vetro. Qualcosa che deforma le cose, che non le lascia planare sulla volta del mondo.

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Quando mi hai chiamata per nome, mi sono inginocchiata. Quando ho pianto, mi hai chiuso la bocca col tuo latte. Hai scambiato le mie mani per la distesa che separa Israele dall’Egitto, e lì hai piantato sei chiodi.

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Sei feroce, lo sai? Sei feroce quando pensi solo al tuo piacere di latte, e pensi e speri che io non ti veda, quando con gli occhi segni il tempo dei predatori.

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Questo mondo che ci respinge e ci accoglie. Potesse essere lo stomaco teso di una vacca, il caldo rifugio dove affondare le mani. La palpebra molle di un modo diverso di dire «bene».

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Abbiamo chiuso gli occhi con la ceralacca. Ciglia contro ciglia, battito contro battito. Non c’è nulla da vedere in questo mistero di rocce, nel ventre dei monti. Il calcare si distende e distendendosi dichiara il ciclo chiuso di una ruota che gira su se stessa. Un modo diverso di dire «male».

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I giardini non esistono veramente. Sotto la terra c’è qualcosa di più vero, di più grande. Penso che me ne andrò di qui. Correrò verso la pianura, ancora più avanti. Ho bisogno di spazi che non finiscano, di un modo diverso di dire «bene» e di dire «male».

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Guardo la neve che cade di traverso, cade di sbieco il dolore quando la violenza si acquieta. Solo le foglie sanno dire quello che provo, le osservo mentre con i piedi le sfarino. Vorrei fondermi nell’asfalto, gettare via questo eccesso di corpo che pesa e pensa. I sei chiodi che mi hai piantato sullo sterno gridano come gufi.

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Giocano a rifondare il mondo tenendosi stretti ad un addio. Lisciando la superficie del tempo, credendolo un salto alla corda, qualcosa da far esplodere di colpo. Si guardano dall’esterno mentre affilano la punta degli eventi, li rivivono in slow motion. Abbiamo aperto un supermarket di parole inutili, una sequela di significanti da appendere alla finestra. Questi gesti che ci appaiono davanti, che ci riportano alla verità del corpo.  

Dicono che sono felici, ma è tutto nelle parole. Parole da saccheggiare, da sputarsi in faccia. Dicono che sono felici e il corpo è triste, triste. Se io sono felice, devo stare muta.