

La catastròfa. Marcinelle 8 agosto 1956 (Sellerio, 2011)
Sono facce italiane, ma tutto il resto è inequivocabilmente Belgio. Le strade semivuote che salgono, le case di mattoni rossi o grigi, i tetti a punta, le scalette per raggiungere il portone, le finestre a bovindo, i giardini, i bistrot, le insegne dei Tabac, il silenzio, la pioggia. Piove su Marcinelle, anche in agosto. Quel giorno no, non pioveva. La ricordano come una delle più limpide giornate di sole che Dio avesse mai mandato sul distretto minerario di Charleroi. Ma il cielo azzurro durò pochissimo, una paio d’ore, forse. Perché verso le otto del mattino l’azzurro cominciò a oscurarsi, nuvole di fumo denso salivano dai pozzi del Bois du Cazier e le donne lasciarono le baracche, presero per mano i bambini ancora assonnati per precipitarsi al cancello della miniera con l’angoscia negli occhi, nel cuore, nelle gambe, nelle mani con cui tenevano le mani dei figli. Sotto i loro piedi le fiamme avevano già attaccato le porte e le armature di legno delle gallerie, ma questo per il momento potevano solo intuirlo. Non potevano sapere che a 975 metri due vagonetti (uno pieno di carbone e l’altro vuoto) male inseriti nell’ascensore in movimento avevano divelto due-tre metri più in alto le condutture dell’olio, i tubi dell’aria compressa e i cavi dell’alta tensione, scatenando il fuoco. Non potevano sapere che un ingabbiatore molisano, Antonio Iannetta, risalito in superficie aveva già ammesso di aver provocato quell’incidente, per un errore, per un malinteso. Non potevano sapere che le condizioni di insicurezza e di abbandono là sotto avrebbero trasformato un semplice errore o un equivoco (già in sé evitabile con un’organizzazione migliore) in una delle stragi più gravi della storia mineraria. Non potevano sapere che dei 274 lavoratori saliti sulle gabbie per cominciare il turno del mattino nei vari livelli sotterranei, 262 (di cui 136 italiani) non ne sarebbero usciti vivi. Non potevano sapere che le operazioni di soccorso erano già nettamente in ritardo, da subito, e che dopo due settimane un soccorritore italiano sarebbe tornato in superficie comunicando la verità che la radio e i giornali non volevano ancora dire: «Tutti cadaveri». Non potevano sapere che alla fine, dopo quasi cinque anni, un giudice a Bruxelles avrebbe decretato una pena minima per il direttore dei lavori e nient’altro. Che Iannetta sarebbe presto sparito in Canada con la benedizione delle autorità, che i corpi dei loro mariti, compagni, padri non sarebbero stati spesso neanche riconoscibili se non per qualche oggetto reperito lì vicino: una medaglietta, una lampada numerata. Tutto questo, l’avrebbero vissuto e saputo a poco a poco.
Nel giro di qualche ora, però, - con il via vai delle ambulanze, le sirene della polizia, l’agitarsi degli ingegneri, l’arrivo dei soccorritori, i camion dei pompieri, le camionette dell’esercito in colonna, i medici, i volontari, i giornalisti – avrebbero capito che qualcosa di irreparabile, là sotto, era accaduto. Le donne si aggrapparono alle griglie, dove i gendarmi impedivano l’accesso, mentre sottoterra i loro mariti cercavano di fuggire alle fiamme, arrancavano con l’acqua ai piedi e fumi densissimi nel naso e negli occhi, si rintanavano dentro i cunicoli, nella scuderia, nei primi anfratti. Sapevano in che direzione correre, o meglio pensavano di saperlo, ma non trovarono varchi neanche verso il Foraky, il pozzo in costruzione che doveva essere collegato con le vecchie gallerie e offrire una via di scampo.
Lettura
Die Gewinner des OpenNet 2013, des traditionellen Schreibwettbewerbs der Solothurner Literaturtage, sind bekannt.
Die 36. Solothurner Literaturtage finden statt vom
30. Mai – 1. Juni 2014.
Zum Programm der: 35. Solothurner Literaturtage 2013

Hier finden Sie die Literaturtermine 2013.
Das Plakat 2013, gestaltet von Blanc de Titane, Zürich