Gerry Mottis

Gerry Mottis

SIERRA MADRE di Gerry Mottis

L’alba alle pendici della Sierra Madre fu scossa da un boato tremendo. La terra aveva iniziato a tremare sin dentro le proprie viscere, come se un Gigante sepolto per millenni si fosse risvegliato e inerpicato poi con irruenza verso la superficie. Alcune casupole di lamiera e legno s’erano subito sbriciolate, mentre le dimore dei commercianti barcollavano, ubriache sotto la spinta del terreno. Marian sapeva. Infine era accaduto. Il vulcano della Sierra Madre s’era risvegliato, e di lì a poco tutta la terra sarebbe stata cancellata dal fuoco.
“Nessuno mi aveva mai creduto”, si disse il ricercatore. S’era addirittura lasciato infliggere ammonimenti municipali ed era stato allontanato dalla comunità in una periferia fatta di terra battuta, qualche pianta di dattero, un pozzo melmoso dal quale attingevano persone e capre. Eppure, non vi era rabbia nei suoi pensieri. Solo delusione per non essere stato in grado di preparare per tempo le carovane di persone che avrebbero lasciato pascoli e alture, ospedali e ospizi, altalene e giochi d’infanzia, verso Est, quella parte di isola baciata dalla quiete lagunare; così distante, e incurante del loro destino.
“Il vulcano ci renderà tutti uguali, in cammino verso la salvezza, annullerà privilegi e ricchezze… Ricominceremo da zero e, forse, si preparerà una nuova era”.
Appena fu fuori casa lo raggiunse col fiatone Annacun, un giovane ragazzo orfano che da anni lo aiutava nelle faccende domestiche di poco conto. Era atterrito.
“Sta crollando tutto! Che cosa dobbiamo fare?”
“Non temere, Annacun. Prendi le tue cose e raggiungimi all'entrata del paese, sul ponte Navidad. Da lì partiremo verso Est. Non ci resta altro che muoverci, e in fretta, prima che la terra venga inghiottita dalla lava...”
Il ragazzo s'era lanciato in una corsa folle verso l'ospizio dove alloggiava, mentre Marian osservava assorto la montagna dalla quale nuvole di cenere nera si gonfiavano e vomitavano per aria blocchi di roccia che ricadevano al suolo con fragore; una sorta di primo richiamo di guerra.
Si inchinò per terra e si mise a pregare.
“Dacci la forza, oh Maestro, per compiere il nostro cammino e trovare accoglienza. E che sia per tutti noi l'inizio di un nuovo percorso di umanità.”
Baciò la terra polverosa e si rialzò in piedi, sereno, determinato.
Attorno gente correva, cani guaivano attaccati alla catena; asini, cavalli e qualche vacca spauriti sgambettavano senza meta alcuna.
Un boato tremendo fece di nuovo tremare la terra. Un urlio del profondo della terra, un rantolo di gigante inviperito.
Col frastuono di terra e roccia nelle orecchie e il vibrare nelle gambe, Marian si incamminò per il vialone ricoperto di polvere scura. Le sue orme erano già storia; storia di un paese che in breve sarebbe stato divorato dalla furia di una natura scatenata. Erano storia i suoi passi che si allontanavano, era storia il campanile che crollava con suono rimbombante di campana, era storia Annacun che correva spaventato all'orfanotrofio e urlava a tutti di fuggire, erano storia le parole del sindaco e degli assessori alla sicurezza municipale che intimavano di non credere ai falsi scienziati formati all'estero, era storia la lenta e informe carovana di genti che si allontanavano per sempre dalla loro terra natia.
Ed è storia questo racconto della Sierra Madre, che non insegue i destini nel tempo...

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